lunedì 7 novembre 2011
Gatti e pioggia
giovedì 20 ottobre 2011
Poesia?
sabato 1 ottobre 2011
...
lunedì 25 aprile 2011
Silenzio
Il mio umore è ballerino come il tempo, passo dalla luce accecante dei progetti alla pioggia di dolore che cerco di arginare, ma che ogni tanto bisogna lasciar sfogare.... e tra questi due estremi cerco di andare avanti, malgrado tutto, malgrado abbia apparentemente perso quasi tutti i miei punti saldi. Eppure ci sono, miracolosamente una parte di me numinosa e forte resiste sempre ed emerge proprio nei momenti di bisogno. Una voce interiore, bella, luminosa e potente che mi riempie di speranza, di chiarezza, anche e sopratutto quando dentro di me ci sono tenebra e tempesta. Per fortuna è la voce che ascolto con più attenzione.
Sono le sette, e dopo una giornata di sole ha cominciato improvvisamente a piovere.
Trasloco.
Gli altri? Ah, sono ancora in giro. Sto cercando da giorni Bukowsky e Richler, li stavo leggendo prima e non li ho ancora finiti, ma chissà dove si sono nascosti... ah, pazienza, salteranno fuori, di qua ad agosto! XPPP
sabato 9 aprile 2011
A te.
In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.
In te sono passato da cellula a scheletro,
un milione di volte mi sono ingrandito
fuori di te l'accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota
perché il vuoto l'ho portato con me.
Sono venuto nudo, mi hai coperto.
Così ho imparato nudità e pudore,
il latte e la sua assenza.
Mi hai messo in bocca tutte le parole,
a cucchiaini, tranne una.
Mamma.
Quella l'inventa il figlio,
sbattendo le due labbra
quella l'insegna il figlio.
Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro,
dietro la febbre della scarlattina.
Ti ho dato aiuto a vomitare,
a friggere le pizze,
a scrivere una lettera,
ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate.
Ti ho versato il vino ed ho macchiato la tavola.
Non ti ho messo un nipote sulle gambe,
non ti ho fatto bussare ad una prigione,
non ancora.
Da te ho imparato il lutto,
e l'ora di finirlo.
A tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato un figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari,
non il loro peso,
a te ho nascosto tutto.
Ho promesso di bruciare il tuo corpo,
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco,
fratello del vulcano che ci orienta il sonno
ti spargerò nell'aria dopo un acquazzone,
all'ora dell'arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.
Erri de Luca.
venerdì 11 marzo 2011
Ohibò.
Parole in sala da tè
giovedì 13 gennaio 2011
Paradossi.
Peccato non avere il tempo, maledizione!
martedì 23 novembre 2010
Rarità
E' uno strano periodo, l'autunno. Cala l'umore, in generale, ma in qualche modo è saggio che accada. Come diceva Pratt, in un'avventura di Corto, più un'anima è grande e profonda più tempo impiega a conoscere se stessa del tutto, senza ombre ne dubbi. E di ombre ne trova sempre, forse più degli altri, per cui è fisiologico incontrare lati in ombra. La questione è sapere cosa farne. La cosa più sensata è illuminare quello che si può e far pace con il resto, quello che non puoi mettere a posto. Il difficile è capire che cosa puoi o non puoi mettere a posto, a ben vedere... ma alla fine, se non riesci a metterci una pezza, la sola cosa che resta è far pace con se stessi.
Dopo tutto bisogna passar la vita con se stessi, è il caso di starsi simpatici, almeno.
mercoledì 20 ottobre 2010
tempo
domenica 13 giugno 2010
oblio
Il tuo cammino si fa più spazioso, quando dimentichi tutto.
Il solo nemico è la solitudine. Tagli tutto, rami secchi e rami verdi... e prima di veder ricrescere tutto passa del tempo. Magari sono rami più forti, ma non puoi saperlo finchè non li vedi crescere ed in certe fasi guardi i germogli ed aspetti e vorresti far andare il tempo ancora più velocemente, per trovare risposte, spiegazioni, quelle che non avevi trovato prima, o che prima non ti avevano soddisfatto. Mi son detto che quando devi solo darti il bianco, dentro, o lavar le tende, non hai bisogno di buttar giù il tetto, ma alle volte non basta. Ogni tanto il solo modo per rinnovare tutto realmente è tirar giù tutto e ricominciare da capo, anche se ti pare di non averne più nessuna voglia, anche se pensi di non farcela più a ricostruire tutto quanto. Anche se pensi di averlo già fatto, ma non basta. Non è abbastanza, e solo quando guardi per l'ennesima volta le macerie te ne rendi conto, del sollievo che ti danno. Quando tutto è distrutto, quando è rimasta solo polvere e cocci, allora soltanto puoi scegliere i pezzi migliori e riprovare ad usarli per ricostruire.. e se non ne trovi, pazienza, vuol dire che si cercano materiali migliori. La strada è lunga, ancora, tempo pare ce ne sia sempre. E se non ci fosse, pazienza. Almeno è valsa la pena provarci di nuovo.
sabato 5 giugno 2010
giovedì 8 aprile 2010
Ritorni
Che sto dicendo? Non ne ho la più vaga idea...
martedì 23 febbraio 2010
The Big Kahuna - il monologo
Big Kahuna. Il monologo
Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.
Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.
Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.
I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.
Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!
Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.
Lavati i denti.
Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.
Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa...
Conserva tutte le vecchie lettere d'amore,
butta i vecchi estratti-conto.
Rilassati!
Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.
Prendi molto calcio.
Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.
Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.
Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E' il più grande strumento che potrai mai avere.
Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.
Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.
Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.
Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.
Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.
Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne.
Sii cauto nell'accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.
Ma accetta il consiglio... per questa volta.
domenica 7 febbraio 2010
???
martedì 5 gennaio 2010
riflessione notturna
giovedì 17 dicembre 2009
Il manuale d'istruzioni
Una ripassata ai capitoli "Rapporti umani: come averne e non farsi male" e "Tirare a campare con quattro soldi, consigli per l'uso". Giusto perchè devo aver dimenticato dei paragrafi, prima di scendere nella bolgia dell'esistenza. Credevo di ricordarmene, poi alla prova dei fatti, qualcosa me lo devo esser dimenticato, e dovevano esser passaggi importanti, mi sa.
Non sono sicura servano, ormai... certe cose le reimpari anche attraversando questo mare insidioso che è l'esistenza, ma una rilettura non guasterebbe di certo... magari mi rendo conto di cosa ho dimenticato e di dove mi sono sbagliata.
Quel che è vero è che ci va pazienza, nella vita.. che a voler far le cose di fretta ti fai danno... ma anche prenderla troppo calma, troppo cauta è un danno.
Si, ci vorrebbe un'altra occhiata al manuale, senza dubbio. Non sarebbe male.
Magari ci si eviterebbero botte inutili, no? Ed invece arrivi qua senza capire nemmeno come funziona una caffettiera, e impari anche le più piccole stronzate a suon di scottature, tagli, escoriazioni... alla fine ti fai una pelle talmente piena di cicatrici che non senti più nulla. Del tutto. Almeno... è quello che pensi, prima di scoprire un altro punto sensibile nascosto.
E guardi di nuovo il cielo, chiedendoti se per caso, anche nel manuale c'era qualche nota scritta molto in piccolo che nascondeva il trucco, come nei contratti di vendita.
Riparto alla ricerca di un lavoro... non ne ho voglia e spero che questo lavoro, che pure non mi piace, sia duraturo... e mi sento presa in giro dalle mie stesse speranze.
Mi guardo attorno, con qualche idea più chiara anche nella mia vita emotiva... ma non sono troppo sicura di cosa voglio davvero nemmeno li.
Infine la sola cosa di cui sono sicura è che non ho ancora capito abbastanza della vita... e sono stanca di arrovellarmi.
Non è che si potrebbe dare un'altra occhiata al manuale d'istruzioni, per favore?
giovedì 10 dicembre 2009
oltre vi era solo luce
Fu un attimo: misero il piede su di una mina o su una bomba inesplosa.
Il vecchio guerriero si sentì sollevare e vide il proprio corpo dilaniato sotto di sé, accanto a quello del proprio compagno, che ancora urlava, le gambe tranciate ed il ventre dilaniato. Alzò lo sguardo, senza provare nulla: si sentiva alleggerito, distaccato, come se si fosse tolto un peso ormai insopportabile. Comprese di non aver mai voluto sopravvivere alla fine di quella guerra. Alzò lo sguardo verso il paesaggio attorno, che dal campo di battaglia non aveva mai potuto vedere e vide ciò perciò aveva combattuto e fu lieto di aver perso, perché, ora lo comprese, la sua fazione aveva perso: volevano conquistare la città della gioia.
La vide, costruita sulle colline, sembrava che le case fossero costruite direttamente sugli alberi, solo gli edifici più grandi, ed erano davvero imponenti, partivano da terra, come torri dai muri e dai tetti multicolori, a guglia. Gli alberi giganteschi ospitavano piccole case, in cui abitavano famiglie dagli abiti multicolori, gente davvero piena di gioia, meravigliose creature felici che lui aveva odiato e desiderato distruggere per impossessarsi della loro felicità ed ora capiva che non avrebbe mai potuto accadere, perché distruggendoli avrebbe distrutto ciò che li rendeva così felici. Ora che guardavano in lontananza i fumi levarsi dal campo di battaglia, tra cui si diffondeva la voce che la guerra era finita, vide che erano felici e che cominciavano a cantare, ma che conservavano anche la pena e la compassione per tutti i morti inutili che essa aveva generato e sentì che era anche per lui e ne fu commosso e grato. Il vecchio fu colto da orrore per il suo odio e si pentì amaramente di aver voluto conquistare ed uccidere quella gente che ora capiva essere così pacifica, mentre la sua fazione aveva voluto la guerra in odio ad un popolo così sereno e prospero. Chiese perdono e lo ottenne. Si guardò attorno e ciò che vide gli avrebbe mozzato il fiato, se avesse avuto ancora polmoni con cui respirare: in aria volavano cose che lui non aveva mai ne visto ne sognato.
Avevano l’aspetto di pesci, erano giganteschi, semitrasparenti e lucidi come se fossero fatti di vetro, ma si muovevano sinuosamente, come se in realtà non fossero rigidi ma flessibili. Dentro di essi vide passeggeri, gente che guardava il luogo della battaglia e comprese che erano sempre stati sopra di loro, senza mai intervenire ma solo guardando, anche se nessuno li aveva mai visti prima. Sembravano delfini, meduse, orche, balene, tutti pieni di gente che guardava fuori. Da uno di essi qualcuno parve guadare nella sua direzione, ma lui era certo che non potessero vederlo, dopotutto era morto, no? Mentre se lo domandava vide arrivare l'aeronave più grossa di tutte, a forma di orca, coi vetri che le formavano il corpo variopinti e mutevoli, come se fossero fatti di bolle di sapone. Il mezzo procedeva lentamente, scodinzolando, muoveva la testa come se fosse vivo e si stesse guardando attorno, ma lui poté guardarvi dentro e vide che portava una sola passeggera, in piedi davanti ad una balconata su un soppalco su cui c’era quello che pareva un trono meraviglioso, delicato ed elegante come un disegno liberty. La donna era bellissima, con un’acconciatura elaboratissima che reggeva una delicata coroncina d’oro, era vestita con un abito la cui stoffa sembrava la seta più delicata e leggera che avesse mai visto, guardava il campo di battaglia con infinita compassione ed amorevolezza. Lei era Iside e quando lui lo capì ella guardò verso di lui e lo vide. Il guerriero si sentì colmare di un amore e di una compassione infiniti, comprese come anche la sua battaglia non era completamente persa o inutile se solo lui avesse accettato di riprovare e tornare indietro, ma prima chiese ad Iside se la città fosse salva. Lo era. Lo invitò a salire sul suo mezzo, egli attraversò la parete come se fosse stata davvero solo un lieve velo di sapone e quando passò di là…
oltre vi era solo luce.
domenica 11 ottobre 2009
SIlenzio
Cervo Zoppo
Sioux
Ho bisogno di silenzio, come di una coperta che mi avvolga... ho bisogno di guardarmi attorno e contemplare le cose dalla distanza fornita dal silenzio della mente, di vedere la solita realtà da una prospettiva diversa. Cammino per le strade della città, parlo con conoscenti, amici, colleghi, ma una parte di me sta cercando di sfuggire a questa sensazione di inutilità, di ritrovare la sensazione, la convinzione che tutto ha un significato, un valore... guardo il cielo, le strande, le facce delle persone, cercandolo... ma non lo trovo.
Temo che il solo posto dove trovare il senso sia quello dove sto cercando di non guardare, perchè temo che mi faccia ancora del male... il posto dove pulsa, dove batte.... dove duole... mi faccio coraggio e guardo. E non ci trovo nulla che dolga, se non la mia paura di farmi ancora male.
Chissà... ora gli orizzonti si allargano... la lunga strada verso casa diventa più luminosa e si accorcia... non ho fretta di percorrerla, so che casa può esser dietro l'angolo e riscopro la voglia di godermi il paesaggio, mentre ci vado. Chi lo sa, magari ci sono belle locande, sul percorso... e buone compagnie da trovare.
domenica 13 settembre 2009
LAMPO ROSSO
Il freddo dell’acciaio mi attraversa la spalla come in lampo gelido, il mio nemico mi ha ferito. Con un rapido movimento mi sottraggo alla lama ed il colpo successivo è mio, molto più preciso del suo. Lo sguardo si fa subito vitreo: prima che cada so di averlo ucciso.
Ho perso di nuovo la battaglia, ed ha vinto la bestia assassina che si cela in questa lama, il demone per cui è diventata tristemente celebre con il nome di Lampo Rosso.
La sua lama non è mai pulita perchè quando lo è chiama urgentemente sangue, anche quello di chi la impugna, se necessario. Molti di coloro che l’hanno posseduta sono morti suicidi ed è stata lei a possedere loro, alla fine. Ora è arrivata a me, ma non mi possederà mai. Io sono la prima donna a toccarne l’impugnatura e possiedo una dote che mancava a tutti coloro che mi hanno preceduta ed hanno bramato toccarla: la compassione. Più di una volta Lampo Rosso ha chiamato il mio sangue, per passare ad un guerriero più bellicoso di me, ma io sono riuscita ad ingannarla.
Solo quando chiede sangue altrui non sono ancora riuscita a sconfiggerla, perchè il demone che possiede la mia anima è forte quanto quello che anima Lampo Rosso.
Il suo nome è Vendetta e non mi lascerà finché non avrò eliminato la causa di tutto il mio dolore, coloro che hanno distrutto me e la mia famiglia, dissanguando di taglieggiamenti l’attività di sarto di mio padre, inducendolo a rivolgersi a strozzini che lo hanno condotto prima a vendere tutto, poi a mandare moglie e figli a fare i servi con lui e infine a suicidarsi dal dolore, per non vedere il modo in cui veniva trattato che amava. Io ho ucciso il mio padrone, uno degli strozzini di mio padre, dopo che mi aveva picchiata per l’ennesima volta, perché aveva cercato di violentare la mia sorella minore, dodicenne. L’ho ucciso con Lampo Rosso, che aveva avuto in pagamento di un debito e non aveva mai osato toccare, che ha sentito la mia sete di sangue così grande da mangiare tutto il mio cuore.
Fuggii quando uccisi quel sadico assassino e vidi i suoi compagni massacrare tutta la mia famiglia. Promisi alla lama che mi sarei vendicata e la bagnai col mio sangue, che ancora mi usciva dalle labbra martoriate dalle botte di quell’uomo e seppi che Lampo me l’avrebbe data, ed anche molto di più, se avessi osato chiederlo.
E così fu.
Ho ucciso quasi tutti coloro che furono causa della mia rovina, ma compiere questa vendetta mi ha trasformata in qualcosa che non avevo pensato di diventare: un sadico assassino come quelli che avevo giurato di uccidere. Ora sono un temuto guerriero e nessuno conosce più ciò che io sono veramente. Il mio nome viene solo bisbigliato con un misto di timore e ammirazione, ma io combatto contro un nemico più grande, ora: la voglia di uccidere, il piacere della lotta e del trionfo, perché io vedo negli occhi dei miei nemici la rabbia e la paura, la disperazione e la voglia di rivalsa e mi accorgo di quanto mi assomiglino, a ciò che ero prima di imparare a nascondermi ed a farmi masticare l’anima da questi demoni.
È ora che io abbandoni questa spada, ma non posso trasmetterla ad un altro guerriero perché il seme di morte che essa porta con sé germoglierà nella sua anima fino a portarlo alla distruzione, quando sarà di nuovo libera di infettare un altro guerriero.
No, essa deve essere sepolta e dimenticata, fino alla fine dei tempi.
Ma anche se la seppellissi nelle profondità più abissali della terra qualcuno potrebbe ancora ritrovarla ed essa tornerebbe ad uccidere… bisogna che con essa vada distrutto il suo demone ed il solo modo che ho di farlo è sconfiggere il mio: ho rinunciato alla vendetta. Non ucciderò i pochi superstiti di coloro che distrussero la mia famiglia e la mia vita e così sarò forte abbastanza da battere il demone di sangue che infetta quest’acciaio.
Ci sono riuscita. L’ho fusa e ne ho fatto una pentola. Servirà solo a cucinare cibi ed a nutrire i corpi che prima nutrivano lei col loro sangue. E se qualcosa di velenoso fosse rimasto in essa ed i cibi cotti in lei intossicassero, allora diverrà un vaso e le piante che in lei io pianterò crescendo la monderanno da ogni male. Il suo cuore sarà di terra ed essa diverrà madre dei semi che in lei germoglieranno e fioriranno, quando in lei sarà tornata la compassione ed il suo nome sarà dimenticato, saremo guarite entrambe. La mia lunga vita tornerà ad avere un senso e potrà infine avere termine.