lunedì 7 novembre 2011

Gatti e pioggia

Anacleto si è trasformato. Non è più un gatto, almeno, non esteriormente. Dentro lo so, è ancora un gatto, sa di esserlo e per dimostrarlo mi lancia un flebile miagolio quando gli passo accanto. Ma esteriormente non lo è decisamente più. Si è trasformato del tutto in un cuscino peloso rotondo, di corpose dimensioni ed onesto peso, incollato al divano, da dove sorveglia tutto con la sola parte vivente del suo corpo, l'orecchia destra. Quel triangolino peloso si inclina nella mia direzione ogni volta che mi muovo e dal corpicino appallottolato emerge un flebile cigolio ogni volta che mi avvicino, e se mi azzardo a toccarlo, partono le fusa ed emerge una minuscola fettina di occhio, a guardarmi curioso e quasi divertito. 
Quanto lo invidio. Vorrei ogni tanto poter invertire le nostre posizioni, io acciambellata sul divano a dormire e cigolare, e lui a girare per casa, per preparare due cene in tempi diversi, una spesa doppia, le bollette, un lavoro sgradito... e tante coccole e grattini quando torna a casa. 
Ok. Le ultime sono le sole che gradisco anche da bipede. 

giovedì 20 ottobre 2011

Poesia?

Con la rima non ci so fare.
Dalle parole mi lascio ingannare.
Vanno dove vogliono andare.
Ma con loro mi va di scherzare.

Inganno il tempo in attesa di quello
che stando al libro sarebbe un arrosto
ma che con l'aggiunta di un buon vinello
diventa un brasato a cui in tavola far posto.

Non rammento se ho pronto anche il dolce.
Altrimenti partiremo immantinente
a camminare illuminati dalla luna a falce
a cercare zucchero per la mente.

Niente da fare, con la poesia non so parlare.
Ma con le rime si può sempre scherzare.
Persino una mezza cena può diventare
un sonetto con cui ridacchiare.

sabato 1 ottobre 2011

...

Quanto tempo è passato dall'ultima volta in cui ho aggiornato questo blog? Tanto, tantissimo.
Mi si è letteralmente trasformata l'esistenza, nel frattempo.
La cosa che è rimasta intatta, paradossalmente, è la voglia di scrivere. Anzi, malgrado abbia scritto pochissimo qua sopra, si è persino incrementata. Le mie storie sono andate avanti, ed anzi alcune stanno prendendo sviluppi imprevisti. Non solo blog, anche se è ancora presto per parlare di altro. Sono contenta. Magari continuerò a non scrivere molto in questo blog, ma so che scrivere, uno dei miei motori interiori più potenti, continua a guidarmi in altre direzioni.
Che dire.. stay rock!

lunedì 25 aprile 2011

Silenzio

Lo cerco. Riempio la casa di musica, ma cerco dentro di me il silenzio per trovare di nuovo la mia identità in questa follia. Ritrovo la magia, reale, nelle cose che faccio quotidianamente per ampliare i miei spazi in un luogo che ancora non mi appartiene. È faticoso, è un lavoro che non riesco a concludere malgrado tutti i miei sforzi, che necessita tempo, spazio, fatica ed è tutt'altro che semplice, ma cerco di farne ogni giorno un pezzo, sforzandomi di non lasciar troppo spazio alla disperazione. Ho bisogno di comunicare, di scrivere quello che sento, fosse anche nelle pagine ambigue di un blog nato per altro, ma sento la necessità di raccontare almeno in parte quello che sto vivendo. Un trasloco mescolato all'elaborazione di un lutto improvviso e devastante, che mette in discussione violentemente tutta la mia vita. Mi rimetto in gioco, necessariamente, cercando di ritrovarmi, nelle piccole cose, come libri, quaderni, spazi internettiani in cui so di entrare solo io, sono modi che mi aiutano a ridarmi un senso, una normalità. Scrivo furiosamente qua, perchè non riesco nemmeno ad aver il tempo per rileggermi e ordinare i miei pensieri perchè diventino leggibili, ma non posso fare altrimenti. Ho necessità di scrivere, di far uscire qualcosa del tutto furioso che mi urla dentro, o esplodo come una pentola a pressione troppo piena abbandonata sul fuoco.
Il mio umore è ballerino come il tempo, passo dalla luce accecante dei progetti alla pioggia di dolore che cerco di arginare, ma che ogni tanto bisogna lasciar sfogare.... e tra questi due estremi cerco di andare avanti, malgrado tutto, malgrado abbia apparentemente perso quasi tutti i miei punti saldi. Eppure ci sono, miracolosamente una parte di me numinosa e forte resiste sempre ed emerge proprio nei momenti di bisogno. Una voce interiore, bella, luminosa e potente che mi riempie di speranza, di chiarezza, anche e sopratutto quando dentro di me ci sono tenebra e tempesta. Per fortuna è la voce che ascolto con più attenzione.
Sono le sette, e dopo una giornata di sole ha cominciato improvvisamente a piovere.

Trasloco.

I primi libri che metti a posto durante un trasloco ti dicono molto di te stesso.... ne ho già mossi quasi la metà, tra narrativa, manualistica, saggistica, esoterismo.... sono circa un migliaio, ed altrettanti mi attendono nell'altra casa per esser portati qua. Sarà lunga, anche perchè in quella nuova ce ne sono quasi il doppio a cui trovar posto, visto che ho ereditato la libreria di una lettrice anche più vorace di me, e di gusti diversissimi, per cui ci sono pochissimi doppioni. Ma qualcosa ho già cominciato a mettere in ordine... e guarda caso ci sono i libri di esoterismo e magia, tra questi. Per quanto sia andata in crisi "religiosa" un paio di anni fa, la wicca fa ancora talmente tanto parte del mio modo di essere e di pensare che i primi libri che ho voluto mettere a posto sono quelli legati proprio alla ricerca magica e spirituale. Non a caso, sono almeno quattro mesi che ho ripreso, con calma e cautela, a meditare, a fare piccoli incantesimi... e sono felice di averlo fatto. Oggi che contemplo i cocci di una vita stravolta, posso almeno trovare punti saldi a cui aggrapparmi, sapendo che mi sosterranno robustamente. E la magia, la wicca, la ricerca interiore, sono indubbiamente uno dei miei punti più saldi.
Gli altri? Ah, sono ancora in giro. Sto cercando da giorni Bukowsky e Richler, li stavo leggendo prima e non li ho ancora finiti, ma chissà dove si sono nascosti... ah, pazienza, salteranno fuori, di qua ad agosto! XPPP

sabato 9 aprile 2011

A te.

Nadia Menegato, 9 Febbraio 1947 - 26 Marzo 2011

In te sono stato albume, uovo, pesce,
le ere sconfinate della terra ho attraversato nella tua placenta,
fuori di te sono contato a giorni.

In te sono passato da cellula a scheletro,
un milione di volte mi sono ingrandito
fuori di te l'accrescimento è stato immensamente meno.
Sono sgusciato dalla tua pienezza
senza lasciarti vuota
perché il vuoto l'ho portato con me.

Sono venuto nudo, mi hai coperto.
Così ho imparato nudità e pudore,
il latte e la sua assenza.

Mi hai messo in bocca tutte le parole,
a cucchiaini, tranne una.
Mamma.
Quella l'inventa il figlio,
sbattendo le due labbra
quella l'insegna il figlio.

Da te ho preso le voci del mio luogo,
le canzoni, le ingiurie, gli scongiuri,
da te ho ascoltato il primo libro,
dietro la febbre della scarlattina.

Ti ho dato aiuto a vomitare,
a friggere le pizze,
a scrivere una lettera,
ad accendere un fuoco,
a finire le parole crociate.
Ti ho versato il vino ed ho macchiato la tavola.
Non ti ho messo un nipote sulle gambe,
non ti ho fatto bussare ad una prigione,
non ancora.

Da te ho imparato il lutto,
e l'ora di finirlo.

A tuo padre somiglio, a tuo fratello,
non sono stato un figlio.
Da te ho preso gli occhi chiari,
non il loro peso,
a te ho nascosto tutto.

Ho promesso di bruciare il tuo corpo,
di non darlo alla terra. Ti darò al fuoco,
fratello del vulcano che ci orienta il sonno
ti spargerò nell'aria dopo un acquazzone,
all'ora dell'arcobaleno
che ti faceva spalancare gli occhi.

Erri de Luca.

venerdì 11 marzo 2011

Ohibò.

Ho davvero troppi blog... non mi ricordo mai su quale scrivere e con quale account. Forse questo tanto vale che lo dichiari abbandonato, ormai. Non ha nessun senso tenerne troppi, se non riesco a gestirli. Cercatemi sull'altro:
Parole in sala da tè

giovedì 13 gennaio 2011

Paradossi.

Ho ritrovato la voglia di scrivere. Il piacere di farlo. L'intenzione di andare fino in fondo.
Peccato non avere il tempo, maledizione!

martedì 23 novembre 2010

Rarità

Già, è proprio una rarità che io mi ricordi di questo blog, ma tant'è. Il mal tempo mi mette di mal umore, e finisco per girare nel web a caccia di quello che ho dimenticato, e riecco spuntare il blog. Ho il serio sospetto che non lo legga mai nessuno a parte me, e devo dire che la cosa non mi tocca particolarmente. Ho scoperto di avere altre vetrine, per le cose che scrivo, e questo alla fine è solo uno dei tanti posti dove scrivere.
E' uno strano periodo, l'autunno. Cala l'umore, in generale, ma in qualche modo è saggio che accada. Come diceva Pratt, in un'avventura di Corto, più un'anima è grande e profonda più tempo impiega a conoscere se stessa del tutto, senza ombre ne dubbi. E di ombre ne trova sempre, forse più degli altri, per cui è fisiologico incontrare lati in ombra. La questione è sapere cosa farne. La cosa più sensata è illuminare quello che si può e far pace con il resto, quello che non puoi mettere a posto. Il difficile è capire che cosa puoi o non puoi mettere a posto, a ben vedere... ma alla fine, se non riesci a metterci una pezza, la sola cosa che resta è far pace con se stessi.
Dopo tutto bisogna passar la vita con se stessi, è il caso di starsi simpatici, almeno.

mercoledì 20 ottobre 2010

tempo

Ne passa sempre troppo tutto in fretta, ed io mi dimentico delle cose... come di questo piccolo blog, per esempio. La vita mi risucchia e si mangia tutte, o quasi, le storie che vorrei poter raccontare. Me le scribacchio su un taccuino paziente, che ingoia silenziosamente i miei appunti, quasi custodisse anche la mia speranza di farle evolvere in vere storie, prima o poi, ma restano lì, a riempirmi di sorpresa quando lo riapro e rileggo. Ma almeno le scrivo, fosse anche per sommi capi, e le custodisco. Da qualche parte, prima o poi, qualcuno le leggerà, ed allora non saranno perdute del tutto.

domenica 13 giugno 2010

oblio

L'oblio è una gran cosa, a dire la verità.... ma quasi solo se sei consapevole di cosa ti lasci dietro, direi. Allora, quando lo sai, quando lo fai volontariamente, lasciarti alle spalle tutto è una grazia, una benedizione consapevole. Altrimenti ti lascia solo un vuoto, e basta.
Il tuo cammino si fa più spazioso, quando dimentichi tutto.
Il solo nemico è la solitudine. Tagli tutto, rami secchi e rami verdi... e prima di veder ricrescere tutto passa del tempo. Magari sono rami più forti, ma non puoi saperlo finchè non li vedi crescere ed in certe fasi guardi i germogli ed aspetti e vorresti far andare il tempo ancora più velocemente, per trovare risposte, spiegazioni, quelle che non avevi trovato prima, o che prima non ti avevano soddisfatto. Mi son detto che quando devi solo darti il bianco, dentro, o lavar le tende, non hai bisogno di buttar giù il tetto, ma alle volte non basta. Ogni tanto il solo modo per rinnovare tutto realmente è tirar giù tutto e ricominciare da capo, anche se ti pare di non averne più nessuna voglia, anche se pensi di non farcela più a ricostruire tutto quanto. Anche se pensi di averlo già fatto, ma non basta. Non è abbastanza, e solo quando guardi per l'ennesima volta le macerie te ne rendi conto, del sollievo che ti danno. Quando tutto è distrutto, quando è rimasta solo polvere e cocci, allora soltanto puoi scegliere i pezzi migliori e riprovare ad usarli per ricostruire.. e se non ne trovi, pazienza, vuol dire che si cercano materiali migliori. La strada è lunga, ancora, tempo pare ce ne sia sempre. E se non ci fosse, pazienza. Almeno è valsa la pena provarci di nuovo.

giovedì 8 aprile 2010

Ritorni

La verità è che la vita è un lungo ed infinito ritorno a casa... verso una casa che non conosci, che non sai di aver lasciato finché non ci fai ritorno. Quella che chiami casa, in realtà non è altro che il posto in cui vivi, provvisoriamente, ma non è detto che sia la tua vera casa. Non puoi sapere, se ti allontani, di trovarla veramente quando ci torni. Ed alla fine del viaggio puoi scoprire che non era altro che un'illusione, il ricordo di un posto visitato solo nei sogni, inesistente... e che la vera casa, quella a cui sei destinato a giungere, non l'hai ancora trovata. E non sai nemmeno dove cercarla. Passi la vita come un profugo, da un posto all'altro, ed all'improvviso realizzi che la tua casa te la sei portata dietro, in un amico, una donna, un libro, una musica che ti sei conservato per tutto il viaggio, che ti ha accompagnato per tutti i cazzo di chilometri percorsi e che ogni volta che tornavi da quella persona, che aprivi quelle pagine o risentivi quelle note nelle orecchie, ecco eri a casa anche in mezzo alla tempesta, da solo, sotto un cielo limpido di stelle, ovunque tu fossi.
Quella è casa, dove lasci un pezzo della tua anima, e dove sai di ritrovarlo ogni volta che lo cerchi. Era casa prima e lo sarà sempre e comunque, è un luogo della mente, e non un posto vero e proprio. Era casa nelle tende attorno alla città assediata, ed è casa tremila anni dopo, in una città impossibile da immaginare, piena di auto, di rumore, di smog. Se il viaggio dura migliaia di vite, allora la casa è il viaggio attraverso queste vite, indelebilmente segnate dalla ricerca di una casa nuova. Diversa. Ma sempre la stessa, comunque la chiami, ovunque tu voglia collocarla. Un'amicizia, un amore, un sentimento... alla fine la casa è semplicemente uno stato d'animo, e alcuni fortunati lo trovano localizzato nella casa, nel luogo dei loro avi... beato Nestore. Ma altri... ad altri è dato un fato da viaggiatori. La loro casa è nel prossimo porto. Sempre il prossimo. Odisseo non è mai tornato veramente a casa. E nemmeno Diomede, per la semplice ragione che la loro casa era qualcos'altro, qualcosa che li divorava da dentro, obbligandoli a cercare altrove. Non c'entra il fatto di perdersi nelle tempeste, di cercare altri posti perché da quella che credevi esser casa tua ti hanno cacciato. No, non c'entra. Ci sono anime viaggiatrici, che vivono solo quando camminano, quando percorrono grandi distanze. Ma sto dicendo una grande stronzata, è così per tutti. Ogni vita è una storia diversa, un altro viaggio verso altre case, altre mete. La sola casa che abbiamo è il pezzo di carne con cui ci rivestiamo ed anche se viviamo da eremiti urbani, alla fine siamo in viaggio verso una casa che ci aspetta, che cerchiamo infinitamente.

Che sto dicendo? Non ne ho la più vaga idea...


martedì 23 febbraio 2010

The Big Kahuna - il monologo

Big Kahuna. Il monologo

Goditi potere e bellezza della tua gioventù. Non ci pensare.
Il potere di bellezza e gioventù lo capirai solo una volta appassite.
Ma credimi tra vent'anni guarderai quelle tue vecchie foto.
E in un modo che non puoi immaginare adesso.

Quante possibilità avevi di fronte
e che aspetto magnifico avevi!
Non eri per niente grasso come ti sembrava.

Non preoccuparti del futuro.
Oppure preoccupati ma sapendo che questo ti aiuta quanto masticare un chewing-gum per risolvere un'equazione algebrica.

I veri problemi della vita saranno sicuramente cose che non ti erano mai passate per la mente, di quelle che ti pigliano di sorpresa alle quattro di un pigro martedì pomeriggio.

Fa' una cosa ogni giorno che sei spaventato: canta!

Non essere crudele col cuore degli altri.
Non tollerare la gente che è crudele col tuo.

Lavati i denti.

Non perdere tempo con l'invidia: a volte sei in testa, a volte resti indietro.
La corsa è lunga e, alla fine, è solo con te stesso.

Ricorda i complimenti che ricevi, scordati gli insulti.
Se ci riesci veramente, dimmi come si fa...

Conserva tutte le vecchie lettere d'amore,
butta i vecchi estratti-conto.

Rilassati!

Non sentirti in colpa se non sai cosa vuoi fare della tua vita.
Le persone più interessanti che conosco a ventidue anni non sapevano che fare della loro vita.
I quarantenni più interessanti che conosco ancora non lo sanno.

Prendi molto calcio.

Sii gentile con le tue ginocchia,
quando saranno partite ti mancheranno.

Forse ti sposerai o forse no.
Forse avrai figli o forse no.
Forse divorzierai a quarant'anni.
Forse ballerai con lei al settantacinquesimo anniversario di matrimonio.
Comunque vada, non congratularti troppo con te stesso,
ma non rimproverarti neanche: le tue scelte sono scommesse,
come quelle di chiunque altro.

Goditi il tuo corpo,
usalo in tutti i modi che puoi,
senza paura e senza temere quel che pensa la gente.
E' il più grande strumento che potrai mai avere.

Balla!
Anche se il solo posto che hai per farlo è il tuo soggiorno.

Leggi le istruzioni, anche se poi non le seguirai.
Non leggere le riviste di bellezza:
ti faranno solo sentire orrendo.

Cerca di conoscere i tuoi genitori,
non puoi sapere quando se ne andranno per sempre.
Tratta bene i tuoi fratelli,
sono il miglior legame con il passato
e quelli che più probabilmente avranno cura di te in futuro.

Renditi conto che gli amici vanno e vengono,
ma alcuni, i più preziosi, rimarranno.
Datti da fare per colmare le distanze geografiche e gli stili di vita,
perché più diventi vecchio, più hai bisogno delle persone che conoscevi da giovane.

Vivi a New York per un po', ma lasciala prima che ti indurisca.
Vivi anche in California per un po', ma lasciala prima che ti rammollisca.

Non fare pasticci con i capelli: se no, quando avrai quarant'anni, sembreranno di un ottantacinquenne.

Sii cauto nell'accettare consigli,
ma sii paziente con chi li dispensa.
I consigli sono una forma di nostalgia.
Dispensarli è un modo di ripescare il passato dal dimenticatoio,
ripulirlo, passare la vernice sulle parti più brutte
e riciclarlo per più di quel che valga.

Ma accetta il consiglio... per questa volta.

domenica 7 febbraio 2010

???

Lavoro troppo, ultimamente... e visto che non amo granchè il mio lavoro finisce che cerco scappatoie mentali, per non venirne risucchiata.. e grazie agli Dei, le ho trovate. Leggo, smisuratamente, scrivo, quasi ogni giorno, e mille idee creative fermentano nella mia testa. Mi chiedo per quale motivo riesco a progettare meglio quando sono sotto pressione, visto che poi ho pochissimo tempo per sviluppare i progetti che quando sono tranquilla poi faccio fatica a concretizzare, perchè a quel punto me la prendo fin troppo comoda. I paradossi della creatività disorganizzata, si vede. Pazienza, intanto, come si dice, preparo il terreno, e poi semino... ed al momento giusto, vedrò che cosa nasce da tutta sta abbondante coltivazione.

martedì 5 gennaio 2010

riflessione notturna

Non serve a niente diventar grandi, nelle emozioni, tanto quello che reagisce non è mai il cervello...

giovedì 17 dicembre 2009

Il manuale d'istruzioni

Il manuale d'istruzione ci vorrebbe, vero?
Una ripassata ai capitoli "Rapporti umani: come averne e non farsi male" e "Tirare a campare con quattro soldi, consigli per l'uso". Giusto perchè devo aver dimenticato dei paragrafi, prima di scendere nella bolgia dell'esistenza. Credevo di ricordarmene, poi alla prova dei fatti, qualcosa me lo devo esser dimenticato, e dovevano esser passaggi importanti, mi sa.
Non sono sicura servano, ormai... certe cose le reimpari anche attraversando questo mare insidioso che è l'esistenza, ma una rilettura non guasterebbe di certo... magari mi rendo conto di cosa ho dimenticato e di dove mi sono sbagliata.
Quel che è vero è che ci va pazienza, nella vita.. che a voler far le cose di fretta ti fai danno... ma anche prenderla troppo calma, troppo cauta è un danno.
Si, ci vorrebbe un'altra occhiata al manuale, senza dubbio. Non sarebbe male.
Magari ci si eviterebbero botte inutili, no? Ed invece arrivi qua senza capire nemmeno come funziona una caffettiera, e impari anche le più piccole stronzate a suon di scottature, tagli, escoriazioni... alla fine ti fai una pelle talmente piena di cicatrici che non senti più nulla. Del tutto. Almeno... è quello che pensi, prima di scoprire un altro punto sensibile nascosto.
E guardi di nuovo il cielo, chiedendoti se per caso, anche nel manuale c'era qualche nota scritta molto in piccolo che nascondeva il trucco, come nei contratti di vendita.
Riparto alla ricerca di un lavoro... non ne ho voglia e spero che questo lavoro, che pure non mi piace, sia duraturo... e mi sento presa in giro dalle mie stesse speranze.
Mi guardo attorno, con qualche idea più chiara anche nella mia vita emotiva... ma non sono troppo sicura di cosa voglio davvero nemmeno li.
Infine la sola cosa di cui sono sicura è che non ho ancora capito abbastanza della vita... e sono stanca di arrovellarmi.
Non è che si potrebbe dare un'altra occhiata al manuale d'istruzioni, per favore?

giovedì 10 dicembre 2009

oltre vi era solo luce

La guerra durava da secoli, all’apparenza, ma infine terminò, non importa chi la vinse, l’avevano persa tutti i contendenti. Il vecchio guerriero sosteneva un giovane compagno, piangente e ferito, cercando di aiutarlo a sopravvivere fino all’arrivo dei soccorsi e intanto guardava attorno a sé il campo di battaglia, coperto di corpi martoriati e di mezzi da guerra devastati: non sapeva se aveva vinto o perso, non sapeva nemmeno più che cosa avesse fatto finire la battaglia, riusciva solo a pensare ”Grazie”.
Fu un attimo: misero il piede su di una mina o su una bomba inesplosa.
Il vecchio guerriero si sentì sollevare e vide il proprio corpo dilaniato sotto di sé, accanto a quello del proprio compagno, che ancora urlava, le gambe tranciate ed il ventre dilaniato. Alzò lo sguardo, senza provare nulla: si sentiva alleggerito, distaccato, come se si fosse tolto un peso ormai insopportabile. Comprese di non aver mai voluto sopravvivere alla fine di quella guerra. Alzò lo sguardo verso il paesaggio attorno, che dal campo di battaglia non aveva mai potuto vedere e vide ciò perciò aveva combattuto e fu lieto di aver perso, perché, ora lo comprese, la sua fazione aveva perso: volevano conquistare la città della gioia.
La vide, costruita sulle colline, sembrava che le case fossero costruite direttamente sugli alberi, solo gli edifici più grandi, ed erano davvero imponenti, partivano da terra, come torri dai muri e dai tetti multicolori, a guglia. Gli alberi giganteschi ospitavano piccole case, in cui abitavano famiglie dagli abiti multicolori, gente davvero piena di gioia, meravigliose creature felici che lui aveva odiato e desiderato distruggere per impossessarsi della loro felicità ed ora capiva che non avrebbe mai potuto accadere, perché distruggendoli avrebbe distrutto ciò che li rendeva così felici. Ora che guardavano in lontananza i fumi levarsi dal campo di battaglia, tra cui si diffondeva la voce che la guerra era finita, vide che erano felici e che cominciavano a cantare, ma che conservavano anche la pena e la compassione per tutti i morti inutili che essa aveva generato e sentì che era anche per lui e ne fu commosso e grato. Il vecchio fu colto da orrore per il suo odio e si pentì amaramente di aver voluto conquistare ed uccidere quella gente che ora capiva essere così pacifica, mentre la sua fazione aveva voluto la guerra in odio ad un popolo così sereno e prospero. Chiese perdono e lo ottenne. Si guardò attorno e ciò che vide gli avrebbe mozzato il fiato, se avesse avuto ancora polmoni con cui respirare: in aria volavano cose che lui non aveva mai ne visto ne sognato.
Avevano l’aspetto di pesci, erano giganteschi, semitrasparenti e lucidi come se fossero fatti di vetro, ma si muovevano sinuosamente, come se in realtà non fossero rigidi ma flessibili. Dentro di essi vide passeggeri, gente che guardava il luogo della battaglia e comprese che erano sempre stati sopra di loro, senza mai intervenire ma solo guardando, anche se nessuno li aveva mai visti prima. Sembravano delfini, meduse, orche, balene, tutti pieni di gente che guardava fuori. Da uno di essi qualcuno parve guadare nella sua direzione, ma lui era certo che non potessero vederlo, dopotutto era morto, no? Mentre se lo domandava vide arrivare l'aeronave più grossa di tutte, a forma di orca, coi vetri che le formavano il corpo variopinti e mutevoli, come se fossero fatti di bolle di sapone. Il mezzo procedeva lentamente, scodinzolando, muoveva la testa come se fosse vivo e si stesse guardando attorno, ma lui poté guardarvi dentro e vide che portava una sola passeggera, in piedi davanti ad una balconata su un soppalco su cui c’era quello che pareva un trono meraviglioso, delicato ed elegante come un disegno liberty. La donna era bellissima, con un’acconciatura elaboratissima che reggeva una delicata coroncina d’oro, era vestita con un abito la cui stoffa sembrava la seta più delicata e leggera che avesse mai visto, guardava il campo di battaglia con infinita compassione ed amorevolezza. Lei era Iside e quando lui lo capì ella guardò verso di lui e lo vide. Il guerriero si sentì colmare di un amore e di una compassione infiniti, comprese come anche la sua battaglia non era completamente persa o inutile se solo lui avesse accettato di riprovare e tornare indietro, ma prima chiese ad Iside se la città fosse salva. Lo era. Lo invitò a salire sul suo mezzo, egli attraversò la parete come se fosse stata davvero solo un lieve velo di sapone e quando passò di là…
oltre vi era solo luce.

domenica 11 ottobre 2009

SIlenzio

Un uomo Sacro ama il silenzio, ci si avvolge come in una coperta: un silenzio che parla, con una voce forte come il tuono, che gli insegna tante cose. Uno sciamano desidera essere in un luogo dove si senta solo il ronzio degli insetti. Se ne sta seduto, con il viso rivolto a ovest, e chiede aiuto. Parla con le piante, ed esse rispondono. Ascolta con attenzione le voci degli animali. Diventa uno di loro. Da ogni creatura affluisce qualcosa dentro di lui. Anche lui emana qualcosa: come e che cosa io non lo so, ma è così. Io l'ho vissuto. Uno sciamano deve appartenere alla terra: deve leggere la natura come un uomo bianco sa leggere un libro.
Cervo Zoppo
Sioux


Ho bisogno di silenzio, come di una coperta che mi avvolga... ho bisogno di guardarmi attorno e contemplare le cose dalla distanza fornita dal silenzio della mente, di vedere la solita realtà da una prospettiva diversa. Cammino per le strade della città, parlo con conoscenti, amici, colleghi, ma una parte di me sta cercando di sfuggire a questa sensazione di inutilità, di ritrovare la sensazione, la convinzione che tutto ha un significato, un valore... guardo il cielo, le strande, le facce delle persone, cercandolo... ma non lo trovo.
Temo che il solo posto dove trovare il senso sia quello dove sto cercando di non guardare, perchè temo che mi faccia ancora del male... il posto dove pulsa, dove batte.... dove duole... mi faccio coraggio e guardo. E non ci trovo nulla che dolga, se non la mia paura di farmi ancora male.
Chissà... ora gli orizzonti si allargano... la lunga strada verso casa diventa più luminosa e si accorcia... non ho fretta di percorrerla, so che casa può esser dietro l'angolo e riscopro la voglia di godermi il paesaggio, mentre ci vado. Chi lo sa, magari ci sono belle locande, sul percorso... e buone compagnie da trovare.

domenica 13 settembre 2009

LAMPO ROSSO


Il freddo dell’acciaio mi attraversa la spalla come in lampo gelido, il mio nemico mi ha ferito. Con un rapido movimento mi sottraggo alla lama ed il colpo successivo è mio, molto più preciso del suo. Lo sguardo si fa subito vitreo: prima che cada so di averlo ucciso.
Ho perso di nuovo la battaglia, ed ha vinto la bestia assassina che si cela in questa lama, il demone per cui è diventata tristemente celebre con il nome di Lampo Rosso.
La sua lama non è mai pulita perchè quando lo è chiama urgentemente sangue, anche quello di chi la impugna, se necessario. Molti di coloro che l’hanno posseduta sono morti suicidi ed è stata lei a possedere loro, alla fine. Ora è arrivata a me, ma non mi possederà mai. Io sono la prima donna a toccarne l’impugnatura e possiedo una dote che mancava a tutti coloro che mi hanno preceduta ed hanno bramato toccarla: la compassione. Più di una volta Lampo Rosso ha chiamato il mio sangue, per passare ad un guerriero più bellicoso di me, ma io sono riuscita ad ingannarla.
Solo quando chiede sangue altrui non sono ancora riuscita a sconfiggerla, perchè il demone che possiede la mia anima è forte quanto quello che anima Lampo Rosso.
Il suo nome è Vendetta e non mi lascerà finché non avrò eliminato la causa di tutto il mio dolore, coloro che hanno distrutto me e la mia famiglia, dissanguando di taglieggiamenti l’attività di sarto di mio padre, inducendolo a rivolgersi a strozzini che lo hanno condotto prima a vendere tutto, poi a mandare moglie e figli a fare i servi con lui e infine a suicidarsi dal dolore, per non vedere il modo in cui veniva trattato che amava. Io ho ucciso il mio padrone, uno degli strozzini di mio padre, dopo che mi aveva picchiata per l’ennesima volta, perché aveva cercato di violentare la mia sorella minore, dodicenne. L’ho ucciso con Lampo Rosso, che aveva avuto in pagamento di un debito e non aveva mai osato toccare, che ha sentito la mia sete di sangue così grande da mangiare tutto il mio cuore.
Fuggii quando uccisi quel sadico assassino e vidi i suoi compagni massacrare tutta la mia famiglia. Promisi alla lama che mi sarei vendicata e la bagnai col mio sangue, che ancora mi usciva dalle labbra martoriate dalle botte di quell’uomo e seppi che Lampo me l’avrebbe data, ed anche molto di più, se avessi osato chiederlo.
E così fu.
Ho ucciso quasi tutti coloro che furono causa della mia rovina, ma compiere questa vendetta mi ha trasformata in qualcosa che non avevo pensato di diventare: un sadico assassino come quelli che avevo giurato di uccidere. Ora sono un temuto guerriero e nessuno conosce più ciò che io sono veramente. Il mio nome viene solo bisbigliato con un misto di timore e ammirazione, ma io combatto contro un nemico più grande, ora: la voglia di uccidere, il piacere della lotta e del trionfo, perché io vedo negli occhi dei miei nemici la rabbia e la paura, la disperazione e la voglia di rivalsa e mi accorgo di quanto mi assomiglino, a ciò che ero prima di imparare a nascondermi ed a farmi masticare l’anima da questi demoni.
È ora che io abbandoni questa spada, ma non posso trasmetterla ad un altro guerriero perché il seme di morte che essa porta con sé germoglierà nella sua anima fino a portarlo alla distruzione, quando sarà di nuovo libera di infettare un altro guerriero.
No, essa deve essere sepolta e dimenticata, fino alla fine dei tempi.
Ma anche se la seppellissi nelle profondità più abissali della terra qualcuno potrebbe ancora ritrovarla ed essa tornerebbe ad uccidere… bisogna che con essa vada distrutto il suo demone ed il solo modo che ho di farlo è sconfiggere il mio: ho rinunciato alla vendetta. Non ucciderò i pochi superstiti di coloro che distrussero la mia famiglia e la mia vita e così sarò forte abbastanza da battere il demone di sangue che infetta quest’acciaio.
Ci sono riuscita. L’ho fusa e ne ho fatto una pentola. Servirà solo a cucinare cibi ed a nutrire i corpi che prima nutrivano lei col loro sangue. E se qualcosa di velenoso fosse rimasto in essa ed i cibi cotti in lei intossicassero, allora diverrà un vaso e le piante che in lei io pianterò crescendo la monderanno da ogni male. Il suo cuore sarà di terra ed essa diverrà madre dei semi che in lei germoglieranno e fioriranno, quando in lei sarà tornata la compassione ed il suo nome sarà dimenticato, saremo guarite entrambe. La mia lunga vita tornerà ad avere un senso e potrà infine avere termine.